SAELA

Saela.eu NON utilizza cookie proprietari (v. informativa)

Da Via Tasso alle Fosse della Morte

Sui tragici eventi delle Fosse Ardeatine molto è stato già scritto: riportiamo la narrazione di un sottufficiale tedesco, ascoltata da chi scrive e da altri testimoni, la sera del 24 marzo, all’albergo Excelsior: “Avevo l’incarico di trasportare con i miei due autocarri i condannati alla fucilazione da Via Tasso fino al luogo dell’esecuzione. I prigionieri avevano le mani legate dietro la schiena: anche i piedi erano stati legati di modo che i prigionieri potevano muoversi soltanto spostandosi con brevissimi passi od a salti. Furono alzati di peso e gettati sui camion come bagagli. Molti di loro avevano in viso i segni delle sevizie sofferte: ad alcuni mancavano i denti. Per curiosità entrai nelle Fosse Ardeatine e fui testimone dell’esecuzione di circa sessanta ostaggi. Vennero messi in ginocchio, in file da cinque a dieci persone, l’una dietro l’altra. Soldati delle S.S., passando dietro ogni fila, scaricavano il fucile mitragliatore sulla nuca delle vittime. Morirono serenamente, alcuni gridando Viva l’Italia!. La maggior parte di loro pregava… Un uomo anziano, che seppi essere il generale Simoni, rivolse a tutti parole di conforto… Lasciai la grotta perché mi sentivo male fino alla nausea. Più tardi, al ritorno, alcuni soldati delle S.S. mi presero in giro per questa mia “debolezza” ed uno si vantò con me e con gli altri di aver “liquidato con lo stesso sistema circa settemila persone, nel corso della sua carriera!”.

Il dramma di Simoni

Per seguire la tragica odissea dei martiri di Via Tasso e per documentare soprattutto l’accanimento con cui i tedeschi, una volta afferrata la preda, non la cedevano nemmeno per trarre vantaggio da uno scaltro “gesto diplomatico” di fronte alle altissime personalità che si interessavano dei detenuti, narreremo le vicende di una delle più fulgide figure di soldato e di patriota: il generale Simone Simoni.
Un V-Leute, uomo di fiducia o spia che dir si voglia, aveva segnalato a Kappler che in Via dei Villini 10 si riuniva un gruppo di patrioti. Il primo ad essere arrestato è il generale Fanulli, intimo collaboratore del Simoni il quale è l’anima di questa importante cellula di italianità. Poche sere dopo, verso le venti e trenta, una mezza dozzina di S.S., armate fino ai denti, irrompono nell’appartamento del generale, in Via Giuseppe Ferrari. I soldati puntando le pistole alle reni del portiere lo obbligano a farsi aprire l’appartamento senza destare sospetti nell’interno. Invadono la casa: nessuna reazione, nessun gesto di forza. La calma serena del generale meraviglia gli stessi sbirri.
Trasportato immediatamente a Via Tasso viene accolto da Kappler con queste testuali parole: - Finalmente abbiamo il generale Simoni! -. La jena umana dimentica di avere di fronte un uomo di sessantaquattro anni, grande mutilato di guerra, due volte ferito in battaglia e decorato di ben sette medaglie al valore, oltre a cinque onorificenze, per i suoi meriti di soldato; un uomo che ha già offerto alla tragica alleanza con l’Asse la vita del proprio figlio, capitano paracadutista caduto a fianco dei tedeschi ad El Alamein. Nessuna pietà! Il generale viene torturato a sangue davanti a Kappler fino all’alba. Tre volte sviene, tre volte è fatto rinvenire, ma invano gli aguzzini si accaniscono contro il corpo dell’eroe: non una sola parola esce dalle sue labbra. Padre Pancrazio Pfeiffer, un religioso, alta personalità del Vaticano ed amico del generale, riesce a leggere il verbale dell’interrogatorio e riferisce che l’unica frase pronunciata dal martire è la seguente: - Mi dispiace di non essere stato più giovane perché avrei voluto fare molto di più! -.
Considerate inutile le torture per indurlo a parlare, viene isolato in una delle peggiori celle di Via Tasso, priva di luce e larga esattamente un metro per due e quaranta. Non una cella, ma un canile! Ne diamo la riproduzione fotografica: nella parete di fondo il soldato cristiano ha inciso il segno del Divin Redentore e la parola “Jesus”. Dopo dieci giorni di sfibranti interrogatori, si ricorre ad un espediente per farlo parlare: lo si avverte che l’indomani mattina sarà fucilato. Infatti il giorno dopo (è un testimone oculare che racconta, il colonnello B.) viene fatto uscire dalla cella. Gli altri prigionieri, che da lui hanno ricevuto parole di incoraggiamento e di conforto, si inginocchiano ed uno esclama: - Ci portano via il nostro generale! -.

“Intervento impossibile”

Anche questo trucco per indurlo a confessare almeno davanti ai fucili del plotone di esecuzione si rivela inutile. Ma la preda è importante: occorre assolutamente che parli. E’ talmente importante che, prima di portarlo sul luogo dell’esecuzione, a S. Eccellenza l’Arcivescovo P., il quale si è rivolto al Comando tedesco, viene negato perfino il permesso di impartire i conforti religiosi al condannato. Trasportato nuovamente sulla cella di Via Tasso il generale Simoni inizia i suoi sessantatrè giorni di agonia, sessantatrè giorni di doloroso calvario per la moglie e per le figlie Piera e Vera che nulla lasciano di intentato pur di salvare il loro caro. Personalità altissime vengono interessate, tra cui anche l’Ambasciatore di Germania presso la S. Sede. Una signora dell’aristocrazia romana, in rapporti con Dollmann, il quale – come narrammo – teneva ad essere nelle migliori relazioni con la nobiltà della capitale, invoca l’intervento autorevole del capo politico delle S.S. Il 28 febbraio, egli alla Gentile Signora risponde con una melliflua ed ipocrita lettera autografa scritta in buon italiano, con il caratteristico inchiostro verde usato dall’”esteta”, di essere assai dispiacente di “dover comunicare che la Persona del Suo interessamento è gravemente compromessa sotto diversi punti di vista e perciò un intervento è attualmente impossibile. Con i migliori auguri, Suo Eugen Dollmann”. La moglie e le figlie del generale Simoni, disperate, implorano quindi l’aiuto del Sommo Pontefice il quale si degna riceverle in udienza privata per circa un’ora e rivolge loro commoventi espressioni di conforto. Nel congedarle consegna alle figlie tre rosari, dicendo: - Uno portatelo a papà da parte mia! -. Infatti il Santo Padre ha una particolare benevolenza per il generale che conobbe quando, in qualità di Nunzio Apostolico, visitò l’ospedale di Elvangen in Germania, dove il Simoni era prigioniero di guerra.

Biancheria insanguinata

Il continuo interessamento della famiglia viene a conoscenza di Kappler il quale con un cinismo che nulla ha di umano escogita di sfruttare l’affetto ed il dolore delle tre povere donne per indurre il generale a fare delle confessioni. Concede alla moglie ed alle figlie – fatto insolito! – di visitare il detenuto politico addirittura nella stessa cella di Via Tasso dove è rinchiuso. Mentre la figliola Vera lo abbraccia, egli dà un urlo di dolore poiché involontariamente, nel gesto affettuoso, la fanciulla ha riaperto le piaghe che il generale ha sul corpo… . Alla moglie viene concesso – con sadica crudeltà – di ritirare i vestiti e la biancheria del generale, intrisi di sangue! Ma il vecchio soldato non parla. Per la famiglia ha parole di incoraggiamento e di fede, per i compagni di ammirevole amor patrio; prega la moglie di esprimere a Sua Santità tutta la riconoscenza per il dono e la benedizione inviatagli ma l’avverte che i carcerieri si sono impadroniti perfino del rosario del Vicario di Cristo. Una sera a Kappler viene consegnato un biglietto cifrato che il generale ha gettato attraverso le sbarre della propria cella, probabilmente a qualcuno dei prigionieri che stava per essere rimesso in libertà, Kappler ordina una segregazione ancor più rigorosa e proibisce le visite dei familiari, tanto più che sono state inutili al raggiungimento dei suoi fini.
Ecco il testo del documento: “Simone – Simoni – cella – dodici – Giuseppe – Ferrari – 2 – Sono malmenato – soffro – con – orgoglio – il – mio – pensiero – alla – Patria – e – alla – famiglia”.
Il 24 marzo 1944 termina il martirio dei Simone Simoni, fucilato alla Fosse Ardeatine insieme ad altre trecentodiciannove vittime. Prima di essere trasportato sul luogo dell’esecuzione, parlando con il giovanetto M.V., detenuto nella cella vicina e che ebbe nel generale un secondo padre, il vecchio soldato si esprime con queste parole che hanno un senso di vaticinio: “La guerra della Germania non mi preoccupa: essa non vincerà mai! La politica della forza non è sempre la migliore e non basta farsi temere, occorre anche farsi amare”.

Protesta della Chiesa

Da generale orrore, dall’unanime condanna da parte degli stessi rappresentanti diplomatici neutrali presenti in Roma o accreditati presso la S. Sede e dalla reazione della Chiesa Cattolica, le autorità di occupazione riconobbero che l’eccidio degli ostaggi, avvenuto in Roma, sede della cristianità e culla del diritto occidentale, era stato un gesto mostruoso. Perfino Maelzer, pur non avendo ordinato direttamente lo spaventoso eccidio, rendendosi conto della cosa, reagisce ogni qualvolta in sua presenza si parla di “ostaggi” e replica che “i fucilati non erano ostaggi, ma delinquenti la cui colpa era stata provata”. Altrettanto ripete l’Addetto Stampa Dr. Von Borch. Kappler invece volle difendere il cosiddetto diritto di guerra tedesco.
Dal processo Caruso risultò che Buffarini-Guidi ordinò al questore di “accontentare” i tedeschi mettendo a loro disposizione gli ostaggi richiesti. Tutti i rappresentanti del Partito fascista assicurarono Maelzer che l’atto di rappresaglia per gli eventi di Via Rasella “aveva trovato presso Mussolini la più assoluta comprensione e veniva giudicato nelle file del partito repubblicano fascista un mezzo assai efficare per dar prova dell’”energia tedesca”. Fu Pizzirani, che verso la fine di aprile, durante uno dei suoi regolari rapporti, richiamò l’attenzione di Maelzer sul fatto che da qualche tempo sulla Via Ardeatina era stato notato uno strano via-vai di persone. Secondo una voce particolarmente insistente, la popolazione benché la grotta fosse stata fatta saltare dopo l’eccidio, era venuta a conoscenza del luogo dell’esecuzione e lo copriva ogni giorno di fiori.

Articolo apparso il 2 gennaio 1945 sul quotidiano "Il Tempo"