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Civiltà

Il periodo di oppressione nazi-fascista su Roma è finito.
L’entusiasmo con cui il popolo ha salutato l’arrivo delle truppe “alleate” esprime con una eloquenza profonda ed immediata, i sentimenti dell’Urbe, che in quei soldati ha accolto i rappresentanti di Paesi a cui l’avvicinano gli stessi propositi di libertà, e lo stesso desiderio di un vivere veramente e sentitamente civile.
Civiltà vuol dire rispetto dell’individuo e delle sue idee, fede nei valori spirituali e non cieca obbedienza alla forza bruta.
Dopo venti anni di dominio fascista, e nei nove mesi ancora più tragici, che sono seguiti alla breve parentesi dei quarantacinque giorni, i romani sentono che s’apre finalmente un’epoca nuova.
S’apre in un momento grave. La Patria è un campo di battaglia e forse nessuna delle nazioni coinvolte nel conflitto mondiale sta soffrendo e soffrirà quanto questa nostra Italia, vittima di una incosciente e incontrollata megalomania.
Le sofferenze degli uomini, le distruzioni delle città e delle campagne saranno il tributo di dolore e di sangue che l’Italia pagherà alla causa della libertà.
Né bisogna sorprendersi se queste parole appaiono su queste colonne, dove fino a rieri ne apparivano altre, di tono ben diverso e che sostenevano ben diversi interessi.
Ma la sorte dei giornali è stata per venti anni prima, e ben più duramente per questi ultimi nove mesi, quella di ogni cittadino, a cui era inibito esprimersi se non secondo gli ordini e le direttive “dall’alto”.
I giornali come i cittadini attendevano e anelavano di poter manifestare una loro opinione, di poter concorrere con le loro idee ad una opera di effettiva ricostruzione nazionale, di poter recare, più o meno grande, un contributo di idee, ai problemi a cui erano legati la vita e l’avvenire del Paese.
Ma tutti sanno che non si poteva discutere, tutti sanno che le idee erano monopolizzate.
Ciò non toglie che nei giornali stessi vi fossero coloro che, con spirito ferocemente settario, con amoralità sprezzante di ogni rispetto per l’onesto e per il vero, si gloriassero di essere i turiferai, le lancie spezzate di tutte le iniquità, di tutti i soprusi, di tutte le truffe congegnate e realizzate nelle sfere politiche e dirigenti.
Naturalmente questi tali riscuotevano per questi loro bassi servigi l’adeguata pingue mercede. Solide posizioni personali, cumuli di cariche e di onori, favolosi stipendi erano il premio dell’esaltazione delle malefatte del regime.
Bisogna quindi che la stampa sia rapidamente purificata, come ogni altro settore nazionale e prima forse degli altri, perché è quello più immediatamente a contatto con il pubblico, se si vuole che il popolo torni ad aver fiducia nella funzione del giornale, e il giornale divenga l’interprete del popolo.
Per tanti anni il giornale è stato veramente l’amico e il confidente del suo lettore. Dove tornare e può tornare ad esserlo.
Questo senso di fiducia sarà un lato di quella rinnovata stima e di quella ritrovata lealtà tra cittadino e cittadino, tra popolo e governo, su cui dovranno poggiare le fatiche di ognuno e che dovranno far risorgere le nostre città, ricostruire le nostre case, rifiorire le campagne e far riprendere alla Patria il suo certo cammino perché Essa ritrovi tra le Nazioni, il suo posto e la sua considerazione di grande Paese di antica e nobile civiltà

Articolo di fondo apparso il 6 giugno 1944 sul quotidiano "Il Messaggero"